L’autostima, ingrediente fondamentale per essere freelance

fiore

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In queste prime fredde giornate d’autunno, in cui la vita davanti al computer tutto sommato non è affatto male e la tentazione di chiudere tutto e uscire a fare due passi al sole naturalmente scompare per lasciare il posto all’unica tentazione possibile, quella di tornare sotto al piumone, mi trovo spesso a interrogarmi sui perché, i come e i quando di questa vita da freelance.

Essere freelance è una scelta a cui ogni persona arriva in maniera diversa, chi dopo anni da dipendente, chi come una specie di vocazione – in realtà frutto di riflessioni profonde, altrimenti va a finire che non si riesce a reggere i ritmi, tutt’altro che leggeri – chi, ancora, dopo un licenziamento inaspettato o magari dopo essersi presi un periodo di aspettativa. Ci sono doti che ogni lavoratore in proprio deve avere, o quanto meno deve far il modo di imparare, dalla corretta gestione di entrate e uscite, alla buona programmazione del lavoro; dal saper parlare chiaramente con i clienti, allo stabilire prezzi congrui; più di ogni altra cosa, però, per lavorare in proprio è fondamentale avere autostima.
Così semplice per alcuni, per chi invece non ha la fortuna di avere una buona opinione di sé, riuscire a credere nelle proprie potenzialità è uno sforza costante, che crea spesso disagi, sbalzi d’umore, indecisioni e quant’altro.

L’autostima si insegna ai bambini [e soprattutto alle bambine]? Bisognerebbe. Io non sono genitore ma penso sia uno dei valori importanti da trasmettere, più che altro da coltivare, in un bambino, che sarà così poi un adulto consapevole di sé stesso, delle proprie potenzialità e anche dei propri limiti. Perché non c’è niente di sbagliato a capire fino a che punto si può arrivare, a distinguere per cosa siamo portati e per cosa invece non abbiamo talento, a scegliere la strada che ci fa stare meglio, senza aver paura di non rispecchiare chissà quale idea che altri si erano fatti su di noi.
Non è semplice.
Penso che l’autostima sia figlia di quelle “grandi virtù” cha Natalia Ginzburg distingue dalle “piccole virtù” nell’omonimo libro pubblicato da Einaudi: nell’ultimo degli undici saggi e racconti contenuti in sole 111 pagine di grande spessore umano la Ginzubrg scrive:

“Per quanto riguarda l’educazione dei figli, penso che si debbano insegnar loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore della verità; non la diplomazia, ma l’amore al prossimo e l’abnegazione; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e sapere. […] Trascuriamo d’insegnare le grandi virtù, e tuttavia le amiamo e vorremmo che i nostri figli le avessero: ma nutriamo fiducia che scaturiscano spontaneamente nel loro animo, un giorno avvenire, ritenendole di natura istintiva.”

Non a caso, il breve saggio si conclude riflettendo sull’importanza, per ogni ragazzo di qualunque estrazione sociale, di avere una vocazione, una passione autentica da amare al di sopra di qualunque altra cosa. Noi, figli di una generazione di grandi lavoratori, figli di un tempo andato che aspirava alla certezza di un lavoro da dipendente da non cambiare mai, che vedeva nell’entrare e uscire dallo stesso ufficio ogni giorno per quarant’anni la maggior ambizione a cui aspirare e che, per educazione e contesto, in molti casi alla donna associava ancora solo il ruolo di madre, moglie e custode della famiglia, raramente siamo stati educati al perseguimento di una vocazione, forse proprio perché nessuno prima di noi – a causa, ancora una volta, di educazione e contesto – aveva mai avuto la possibilità di guardare oltre le linee prestabilite. Scrive la Ginzburg:

“[…]Ma se abbiamo noi stessi una vocazione, se non l’abbiamo rinnegata e tradita, allora possiamo lasciarli [i figli] germogliare quietamente fuori di noi, circondati dell’ombra e dello spazio che richiede il germoglio d’una vocazione, il germoglio d’un essere. Questa è forse l’unica reale possibilità che abbiamo di riuscir loro di qualche aiuto nella ricerca di una vocazione, avere una vocazione noi stessi, conoscerla, amarla e servirla con passione: perché l’amore alla vita genera amore alla vita”

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Questa vocazione, questo amore per un’attività, è il quid che rende un business qualcosa di ben lontano da un freddo lavoro; la passione è ciò che ci permette di lavorare ben più di otto ore al giorno, di rispondere alle mail a orari improbabili, di consegnare prove di stampa a mano il venerdì sera dopo le 22. Per credere di poter fare tutto questo, di poter avere la forza di gestire un lavoro in proprio, di contare solo sulle proprie forze, di coprirsi le spalle da soli, sapendo di non aver un materasso morbido su cui cadere in caso qualcosa vada storto, è necessario credere in noi stessi. E non è una cosa banale, né istintiva. Si tratta di qualcosa che viene insegnato, trasmesso, coltivato. E ne abbiamo bisogno tutti, freelance e non, per essere persone migliori e godere appieno dei nostri giorni, senza sprecare tempo a lamentarci di futilità. Non sottovalutiamo questo ingrediente fondamentale per tutti i nostri passi e – se è il caso – non temiamo di iniziare a lavorarci seriamente, magari con il sostegno di un professionista esterno, psicologo o coach.

E voi, che rapporto avete con l’autostima? È ancora una sconosciuta o una vostra fedele alleata?

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